Rivalutiamo il ruolo delle cappe chimiche in laboratorio Ancora troppo spesso sottovalutate nel loro ruolo per la sicurezza dei lavoratori, occorre inquadrarle come Dispositivi di Protezione Collettiva
Conosciamo tutti le cappe da chimica. Chi ne ha tante, chi poche, ma chiunque lavori in un laboratorio prima o poi ci si imbatte. Se apparentemente sembrano tutte uguali, sono molte le differenze che le caratterizzano e non sempre di immediata comprensione.
Innanzi tutto dobbiamo distinguere tra cappe a ricircolo (ductless o non convenzionali) dotate di elettroventilatore e gruppi filtranti a bordo, e cappe canalizzate all’esterno (ducted o convenzionali) con elettroventilatore esterno e quasi sempre in posizione remota al termine del condotto di espulsione.
Tra le cappe convenzionali occorre distinguere tra quelle conformi alla norma tecnica europea EN14175 e quelle, più datate, conformi a norme tecniche nazionali come BSI, DIN o AFNOR ormai superate.
Le cappe convenzionali possono essere a volume di aria espulsa costante (a velocità variabile) o a volume variabile, che permette di mantenere costante la velocità dell’aria indipendentemente dall’altezza dell’apertura frontale. Possono essere dotate di back baffle (doppio fondale per la ripresa dell’aria) o esserne prive (cabine ventilate), avere rivestimenti interni e dotazioni speciali per specifiche applicazioni, come le cappe per radiochimica, per acido perclorico, fluoridrico, o quelle per distillazione.
Compito delle cappe chimiche è rimuovere il più rapidamente possibile dalla zona di lavoro gas e vapori pericolosi prodotti durante l’attività per ridurre il rischio di incendio, di esplosione o di corrosione, mediante l’effetto di diluizione generato dall’aria aspirata dall’ambiente. Inoltre devono impedire la fuoriuscita verso l’ambiente di vapori e aerosol potenzialmente nocivi per i lavoratori.
A prima vista si potrebbe pensare che un’energica aspirazione risolva tutto nel migliore dei modi. Nella realtà la situazione è un po’ più complessa e un apparecchio apparentemente così semplice e banale come la cappa chimica – fino a ieri considerata un elemento dell’arredo tecnico – cela una complessità che impegna non poco i progettisti. Vediamo perché.
La capacità di impedire la fuoriuscita di contaminanti dalla zona di lavoro è la cosiddetta capacità di contenimento. Essa non dipende solo dalla velocità di ingresso dell’aria nella cappa attraverso l’apertura frontale, ma è fortemente condizionata dall’aerodinamica delle pareti laterali, del piano di lavoro, del vetro a saliscendi, oltre che dalla dimensione e posizione degli oggetti posti sul piano. Velocità insufficienti o eccessive dell’aria creano turbolenza in grado di "rompere" la barriera di protezione. E’ dunque fondamentale il design della cappa. Elementi importanti per il controllo delle turbolenze sono il back baffle (doppia parete posteriore) che deve ottimizzare la ripresa dei vapori dal piano di lavoro, e il profilo di ingresso dell’aria determinato dalle pareti laterali, dalla curvatura del bordo anteriore del piano e del bordo inferiore del vetro saliscendi. Le cappe di nuova generazione hanno anche un sistema di ventilazione di supporto che, tramite l’immissione di aria nelle aree critiche dell’apertura frontale, riducono le turbolenze e permettono di mantenere il contenimento anche a velocità prossime ai 0,3 m/s. Ma non è tutto. La cappa da chimica è molto sensibile agli influssi ambientali e quindi va collocata nel locale in modo opportuno per evitare dannose correnti d’aria prodotta da porte e finestre o dal sistema di ventilazione. Inoltre la cappa va canalizzata all’esterno: il dotto di espulsione e l’elettroventilatore remoto diventano parte integrante del sistema. Il sistema cappa- canale-aspiratore pertanto dovrà essere collaudato dopo l’installazione per verificare che siano rispettati i parametri richiesti. Una volta installata la cappa nella posizione più opportuna e collaudata come si deve, è il momento di considerare con molta attenzione la formazione del personale che opera in laboratorio. Tutti conoscono le cappe, ma non tutti sanno come utilizzarle correttamente. Le istruzioni impartite dai fornitori al momento del collaudo spesso si limitano ai comandi e alle funzioni principali, e comunque sempre considerando la cappa come un apparecchio a se stante, isolato dal contesto ambientale. Purtroppo la maggior parte dei problemi imputati alle cappe chimiche sono causati da una errata installazione o da errori comportamentali degli operatori. L’operatore davanti alla cappa costituisce un ostacolo al passaggio dell’aria nella barriera frontale e genera una turbolenza che può ridurre la capacità di contenimento. Se poi lascia il vetro sollevato oltre la posizione di lavoro prestabilita e alle sue spalle c’è un passaggio continuo di colleghi, tra porte e finestre aperte, la sicurezza è rapidamente compromessa. Occorre dunque formare il personale affinché sia consapevole dei problemi relativi all’impiego delle cappe da chimica. La salubrità dell’ambiente di lavoro dipende in gran parte dal modo di lavorare e da come vengono utilizzate le cappe. La gestione dei rifiuti contaminati fuori cappa, l’uso improprio dei dpi, il disordine e il sovraccarico del piano di lavoro delle cappe, la gestione dei contenitori di sostanze chimiche volatili, sono alcuni dei punti di attenzione su cui lavorare per migliorare l’ambiente di lavoro. I riferimenti legislativi sono tutti contenuti nel Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/08 e succ.modif.). L’articolo 71 prevede che attrezzature di lavoro che presentano particolari criticità conseguenti l’installazione debbano essere sottoposte a collaudo prima del loro utilizzo. E se le attrezzature sono anche sensibili agli influssi ambientali (es. correnti d’aria, presenza di altre cappe nel locale, ambienti a contaminazione controllata, ecc.) devono essere sottoposte a controlli periodici e a manutenzione preventiva affinché siano garantite nel tempo le prestazioni di sicurezza. Importante sottolineare che la legge prescrive che tali verifiche e manutenzioni siano effettuate da persone competenti. Occorre dunque informare, formare e addestrare il personale che utilizzerà le cappe chimiche o che effettuerà i controlli periodici o la manutenzione, affinché il medesimo possa operare in modo consapevole salvaguardando la propria salute e quella delle persone che lavorano nello stesso ambiente. Le cappe chimiche sono dunque tipici dispositivi di protezione collettiva perché intervenendo direttamente sulla fonte contaminante proteggono non solo l’operatore che la sta utilizzando ma anche tutto il personale presente in laboratorio. La loro efficacia dipende da fattori ambientali, quali il punto di installazione, l’impianto di ventilazione, la presenza di altre cappe chimiche o biologiche nello stesso locale, il passaggio di persone, la vicinanza di oggetti ingombranti (armadi, strumenti, frigoriferi, banchi, ecc.). A questi fattori ambientali vanno aggiunti quelli comportamentali del personale. Su questi ultimi è possibile intervenire solo tramite programmi di formazione specifici per prevenire e contrastare i comportamenti errati dovuti a disinformazione, superficialità o imprudenza. Soprattutto occorre considerare la cappa non più come un elemento dell’arredo di laboratorio, alla stregua di un banco o di un armadio, ma come strumento di protezione primaria per la sicurezza dei lavoratori e come tale deve essere utilizzato e gestito nel migliore dei modi.
A cura di P. Parrello (articolo estratto dal numero di aprile della rivista LAB, il mondo del laboratorio)■




